Archivio mensile:giugno 2010

Tutelare….

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Il tema della tutela delle donne e della maternità è molto complesso,sembra quasi che quella parte di mondo a cui le donne letteralmente danno la vita poi non permetta loro di affermarsi.

Un ambito di vita che contribuisce in modo particolarmente significativo ad accentuare la disuguaglianza femminile è quello della cura.Nel mondo sono principalmente le donne,e di solito soltanto loro,a prendersi cura delle persone in condizioni di dipendenza estrema,come bambini e anziani,o di coloro che hanno handicap fisici o mentali che non consentono quell’indipendenza che caratterizza la vita umana cosidetta “normale”.Le donne spesso adempiono a queste attività di importanza cruciale senza essere retribuite e senza che tali attività vengano considerate come una forma di lavoro vero e proprio.
Allo stesso tempo il fatto che siano costrette a passare lunghi periodi di tempo a prendersi cura dei bisogni degli altri impedisce loro di dedicarsi a ciò che desidererebbero fare in altri ambiti di vita,quali un’occupazione remunerata,l’esercizio della cittadinanza,i momenti ricreativi e l’espressione di sè.
Quanti uomini sarebbero disposti a lasciare il proprio posto di lavoro o accettare lavori scomodi e mal pagati per rispettare queste esigenze sociali?

Non solo.Le sociologhe americane sono state brave ad osservare un fenomeno molto particolare.E’ stato definito IL TETTO DI CRISTALLO.Immaginate due scale a chiocciola,su una salgono gli uomini,sull’altra le donne.Ogni gradino rappresenta un avanzamento di carriera nel mondo del lavoro,una piena affermazione.Ad un certo punto succede che gli uomini salgono più su delle donne,salgono salgono.Le donne si bloccano ad un certo livello e non vanno più avanti come se sulla loro testa vi fosse un tetto invisibile che le blocca,non le fa salire.E’ quello che accade tutti i giorni al lavoro,proprio nel momento della competizione per affermarsi e accedere a cariche importanti,la dura lotta che si combatte tra i 30 e i 40 anni,le donne si fermano perchè mettono al mondo uno o due marmocchi,indispensabili per il rinnovo e la sopravvivenza della società,la quale dopo non mette in condizioni la donna stessa di essere reintegrata come lo era prima,al suo posto di lavoro……

la trovo un’ingiustizia sociale.

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Risposta al ministro Gelmini sull’astensione Obbligatoria

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Gentile Ministro Gelmini
L’altro giorno, leggendo la sua intervista sul corriere della sera, in cui dichiarava che L’ASTENZIONE OBBLIGATORIA DOPO IL PARTO, è un privilegio, sono rimasta basita.

Che lei d’educazione ne capisse poco, non ci voleva la laurea in pedagogia, che io possiedo e lei no, o i tre corsi post laurea, che io possiedo e lei no, visto quello che sta combinando alla scuola statale.
Ma almeno speravo ne capisse di legge, essendo lei avvocato, ed io no.
Certo, dato che lei ora paladina della regionalizzazione, si è abilitata, il “zona franca” (quel di Reggio Calabria), perché più facile (come da lei con un’ingenuità, o candore imbarazzante affermato)., lo doveva fare supporre.

E allora, prima le faccio una piccola lezione di diritto, e poi parliamo d’educazione.

L’astensione dopo il parto, sul quale lei oggi con tanta leggerezza sputa, è appellata come OBBLIGATORIA, ed è un diritto insindacabile inserito all’interno di quelle leggi, per cui donne, molto più in gamba di lei e di me, hanno combattuto strenuamente, a tutela delle lavoratrici madri.
Discorso diverso è il congedo parentale, di cui si può usufruire, dopo i tre mesi di vita del lattante, e fino agli 8 anni, per un totale di 180g, i primi 30 retribuiti al 100%, e se usufruiti entro i 3 anni di vita del bambino retribuiti al 30%, oltre i 3 anni non retribuiti.
Sempre parlando di lavoro, in cui sono riconosciuti tutti i diritti.

Ovviamente per persone come lei, con un reddito di oltre 150.000 euro l’anno, pari quasi al governatore della California, Arnold Schwarzenegger, discutere di retribuzione, in questo caso più che un privilegio, è un’eresia.
Ovviamente lei non può immaginare, perché può permettersi tate, tatine, nido “aziendale” al ministero, ma LA GENTE NORMALE, che lei dice di capire, deve avere a che fare con file d’attesa interminabili per nidi insufficienti e costi per baby sitter maggiori del proprio stipendi.

Voglio dirle una cosa però, consapevole che le mie affermazioni susciteranno più clamore delle sue, DA PEDAGOGISTA E DA ESPERTA, affermo che usufruire, dell’astensione OBBLIGATORIA è un DOVERE, prima di tutto morale, e poi sociale.

Come vede ho più volte sottolineato la parola OBBLIGATORIA, che già di per se dovrebbe suggerirle qualcosa.
Ma preferisco spiegarmi meglio, ma prima una piccola premessa è doverosa.

Lei come tante donne, crede che l’essere madre, in se stesso (nel suo caso da 10g, anche se lei anche prima di diventarlo era già una luminare della pedagogia del luogo comune), le dia la competenza per parlare e pontificare su educazione e sviluppo del bambino, ai quali grandi studiosi hanno dedicato anni e studi.
Ma io le comunico una notizia bomba, per parlare di pedagogia oggi chiamata più propriamente SCIENZE DELL’EDUCAZIONE, bisogna avere competenze specifiche, che dalle sue dichiarazione non le attribuisco.

Le potrei parlare della teoria sull’attaccamento di Bowlby, d’imprinting, e altre citazioni etologiche, ma non voglio confonderle, le poche e ben confuse idee che già possiede, e allora la rimando ad esempi più accessibili.
Basta guardare il regno animale per renderci conto come le mamme non si allontanano dai piccolini, e dedicano loro, attenzione massima e cura FINO ALLO SVEZZAMENTO (nel caso dei bambini riconducibile ai 5 mesi circa).
Non è una legge dell’uomo, è della natura.

Fare un figlio, infatti, implica delle responsabilità precise, è una scelta di vita, CHE SE CAMBIA IL COMPORTAMENTO ANIMALE, DEVE CAMBIARE LA VITA DI UNA DONNA.

Sbaglia chi crede, che l’arrivo di un figlio, non deve comportare cambiamenti nella propria vita.
Un bambino non chiede di nascere, fare un figlio non è un capriccio da togliersi, ma una scelta di servizio, di dono, di se stessi, e anche del proprio tempo.
Non sono i figli che devono inserirsi nella nostra vita, siamo noi che dobbiamo cambiarla per renderla a misura loro.

Se non facciamo questo, potremmo fare crescere bambini soli, senza autostima e con poca sicurezza di sé.
Bambini affamati di attenzioni, perché non gliene è stata data abbastanza nel momento in cui ne avevano massimo bisogno, cioè i primi mesi di vita.
L’idea che non capiscono niente, che non percepiscono la differenza ad esempio tra un seno materno, e un biberon della tata, è solo nostra.
Ciò non vuol dire certo, che tutti bambini allattati artificialmente, o tutti bambini con genitori che tornano subito a lavoro, saranno dei disadattati.
Ma bisogna fare del nostro meglio per farli crescere bene, come quando in gravidanza assumevamo l’acido folico, per prevenire la “spina bifida”.

I bambini hanno nette percezioni, già nel grembo materno.
L’idea, che se piangono non si devono prendere in braccio “perché si abituano alle braccia”, è un luogo comune.
Le “abitudini” arrivano dopo i 6 mesi, fino ad allora è tutto amore.

Non è un caso che studi recenti, riabilitano il cosleeping, (dormire nel lettone), e i migliori pediatri sostengono, la scelta dell’allattamento a richiesta.
Il volere educare i bambini, inquadrarli come soldati, già dai primi giorni, non è solo antisociale, perché una generazione cresciuta senza il rispetto dei suoi ritmi di crescita può essere inevitabilmente compromessa, ma è un comportamento al di fuori delle più elementari regole umane e naturali.

Poi possiamo discutere del fatto che molto spesso le donne sono costrette, perché non possono rimanere indietro in una posizione lavorativa faticosamente conquistata.
Che tornare a lavorare per molte donne è una necessità.
Ma per questo dovrebbe intervenire pesantemente lo stato, non certo con affermazioni come le sue.

Mi rendo conto, che il suo lavoro le permette, di lasciare la bambina, rilasciare interviste di questo tipo (di cui noi non sentivamo la necessità), e tornare da sua figlia.
Ma ci sono lavori che richiedono, tempo e fatica fisica e mentale, che lei non conosce, che sarebbe inevitabilmente tolto, ad un neonato che ha bisogno di una mamma “fresca”, che gi dedichi massima attenzione.

Noi donne, infatti, spesso ci sentiamo Wonder Woman, ma necessariamente, diveniamo vittime della sindrome del sovraffaticamento.
E non è vero che è importante la qualità e non la quantità.
1) Perché la qualità del tempo di una mamma da pochi giorni, che rientra nel tritacarne della routine quotidiana, aggiungendo il carico della gestione di un neonato, può essere compromessa.
2) Sia perché un bambino non dovrebbe scegliere tra qualità e quantità, almeno nei primi mesi, dovrebbe avere entrambi.

Per non parlare poi del fatto, che se un genitore non può permettersi qualcuno che tenga il bambino nella propria casa, negli spostamenti, lo espone, con un bagaglio immunologico ancora carente, alle intemperie atmosferiche o alle inevitabili possibilità di contagio presenti in un nido.
Infatti, è scientificamente provato che i bambini, che vanno al nido troppo presto, o che non vengono allattati al seno, sono più soggetti ad ammalarsi, con danno economico sia per le famiglie che per il sistema sanitario.
Poi per carità, si può obiettare, che ci sono bambini che si ammalano anche in casa, o come succede anche ai bambini allattati al seno, ma è come dire ad un medico, che giacché si è avuto un nonno fumatore campato 100 anni, non è vero che il fumo fa male.

Bisogna dunque incentivare, i comportamenti da genitore virtuoso, anche con la consapevolezza che i bambini non sono funzioni matematiche, ma si può fare molto, per favorire una crescita armoniosa, già dalla prima infanzia, se non addirittura durante la gravidanza.

E allora le domando Ministro, senza merito, di svolgere il suo ruolo istituzionale importante con maggiore serietà, cercando di evitare “sparate” fuori luogo, come questa, o come che studiare non è poi così importante, prendendo Renzo Bossi come esempio, e con maggiore consapevolezza che lei è una “miracolata”.

E proprio come tale dovrebbe impegnarsi nello studio e in un’attenta analisi di ciò che afferma, per evitare strafalcioni, e posizioni dannose, per lei per gli altri e per il paese.
Perché forse, qualcuno potrebbe aver pensato che tutto sommato il suo era un ministero poco importante, che se guidato da un giovane ministro senza competenze specifiche, “non poteva arrecare grossi danni”, soprattutto obbedendo ciecamente ai dettami del Tesoro, ma lei con la sua presunzione di voler parlare di cose che non conosce, sta contribuendo, mettendo del suo, allo sfascio delle generazioni future.

Un’ultima cosa, lei che di privilegi se ne intende bene, essendo un politico, la usi con maggiore pudore questa parola.

Rosalinda Gianguzzi